La tecnologia sta cambiando il modo in cui ci rapportiamo gli uni agli altri. Ma siamo veramente collegati?
Sherry Turkle – definita l’antropologa del cyberspazio - esplora come la tecnologia sta ridefinendo i rapporti umani. In una recente conferenza (questo il video), ci invita a riflettere sui tipi di connessioni che possono realmente renderci felici.
Ecco perché è così invitante avere una pagina su Facebook e un profilo su Twitter. E’ gratificante avere così tante persone che ci ascoltano in automatico. La sensazione che nessuno nella vita ci stia ascoltando ci porta a trascorrere il nostro tempo con macchine che sembrano interessate a noi. Forse cerchiamo dei robot socievoli progettati per essere dei compagni?
Abbiamo perso la fiducia e la possibilità di esserci l’uno per l’altro? Molti percepiscono questa falsa empatia come fosse una cosa reale. Siamo vulnerabili e soli. Abbiamo paura dell’intimità. Così spesso i social network ci danno l’illusione di essere socievoli e di mascherare la nostra solitudine. In fondo, se i nostri contatti online non sfociano in rapporti veri e umani, ci auto-condanneremo a una finta compagnia.
La tecnologia dovrebbe agevolare le connessioni senza sostituirsi alle vere amicizie. Di questi tempi, i smartphone che abbiamo nelle tasche, stanno lentamente trasformando le nostre menti e i nostri cuori. E’ illusorio credere di poter essere ascoltati sempre e ovunque senza correre il rischio di restare soli. Tutto ciò, non è umano!
Conosco troppe persone che temono di restare sole per un attimo. Come drogati, vanno in cerca di un dispositivo, di una connessione. Sono attimi: persone in attesa del proprio turno, alla Posta, fermi al semaforo. Questi piccoli attimi da soli, vengono erroneamente considerati un problema da risolvere. L’unica cura? La connessione.
La connessione costante sta cambiando il modo in cui la gente pensa a se stessa. Sta dando forma a un nuovo modo di essere: condivido quindi sono!
Usiamo la tecnologia per definire noi stessi, condividendo pensieri e sensazioni. Ci connettiamo sempre di più costruendoci il nostro isolamento.
Come passare dalla connessione all’isolamento
Si finisce isolati se non si coltiva la capacità di essere soli, di essere separati, di raccogliersi. Molti non sanno che è proprio nella solitudine che troviamo noi stessi che – gestita – ci condurrà verso gli altri, creando un reale attaccamento.
Quando non siamo capaci di restare soli, ci rivolgiamo agli altri per sentirci meno ansiosi o per sentirci vivi. Ma quando questo succede, non siamo in grado di apprezzarlo. E’ come se usassimo la connessione per sostenere il fragile senso del nostro sé. Ci culliamo nel pensiero che essere sempre connessi ci farà sentire meno soli.
In realtà siamo a rischio perché la vita è l’esatto opposto. Se non siamo in grado di stare soli, lo saremo sempre più. La tecnologia, quando non è moderata, ci divora perché è ancora del tutto inesplorata. E’ agli albori.
Non vi sto suggerendo di abbandonare gli smartphone e i dispositivi con cui vi connettete ogni giorno. Vi sto semplicemente suggerendo di costruire delle relazioni più consapevoli. Cominciate a pensare alla solitudine in modo positivo. Trovate il modo di viverla come un valore. Creategli uno spazio dentro casa. Riservate un angolo della vostra stanza alla conversazione con voi stessi.
Le coppie spesso si lamentano di non avere tempo per parlare quando è la capacità di ascoltare a tenere in vita la relazione.
Se riconosciamo la nostra vulnerabilità e la falsa promessa (spesso) della tecnologia di rendere tutto più semplice, forse cominceremo ad amare veramente la vita.
Davvero volete passare le prossime serata sui social network invece di incontrarvi nelle piazze, nei pub, nelle biblioteche?
Forse un domani non troppo lontano, la prossima tecnologia sarà quella che ci permetterà di tornare a vivere una vita il più normale possibile. La nostra società, la nostra comunità, la nostra politica e il nostro paese, hanno bisogno di noi.
