Archivio di marzo 2009
Come uscire da un modello comportamentale limitante
E’ molto facile rimanere intrappolati in modelli comportamentali apparentemente utili. Per evitare di stagnare in una situazione di rigidità occorre coltivare la propria flessibilità.
Bisogna allentare la presa su determinate cose e assumere nuovi modelli di pensiero e comportamento. Da un punto di vista psicologico, la flessibilità stimola le cellule celebrali nel creare nuove associazioni mentali.
Le scelte che compiamo durante la nostra esistenza, coinvolgono i neuroni del nostro sistema nervoso in un inarrestabile effetto a catena.
La flessibilità nel provare cose nuove durante la giornata, sosterranno nuove connessioni tra gli stessi neuroni.
Qui di seguito qualche suggerimento che ti aiuterà a liberarti dai tuoi consueti modelli comportamentali. Prova a metterli in pratica per una settimana prendendo nota di ciò che accade al corpo e alla mente.
- modifica il tuo regime alimentare
- diversifica il programma di esercizi fisici (periodizzazione)
- cambia il tragitto da casa all’ufficio
- vai a dormire a un’ora diversa dal solito
- indossa abiti di uno stile differente
- ascolta musica differente
- se sei solito indossare l’orologio non portarlo per un po’ di tempo, oppure indossalo in un altro polso
- esci a cena con nuove persone
- prova un ristorante nuovo
- scrivi ad un amico che non senti da tempo
- modifica il messaggio della segreteria telefonica
- leggi un libro che non avresti mai preso in considerazione
- guarda un programma televisivo differente da quelli che guardi solitamente
- ascolta una nuova emittente radiofonica
- segui nuovi corsi
Spezzando i vecchi modelli comportamentali e adottandone di nuovi ti sentirai una persona rinnovata. Mantieni l’intenzione consapevole di pensare e agire con flessibilità.
Nel tempo con questa pratica ti accorgerai di esserti aggrappato inutilmente a qualcosa che consideravi indispensabile e che in realtà non lo era.
Alessandro Cosimetti
Cercare lavoro: Gratificazioni e stress nel processo di invecchiamento
Le persone che non amano il proprio lavoro sono riconoscibili a causa degli effetti dello stress.
Tutti noi trascorriamo buona parte della nostra esistenza lavorando. Da un punto di vista strettamente pratico, il lavoro dovrebbe consentirci di esprimere la creatività fornendoci la sicurezza materiale di cui abbiamo bisogno.
Cercare lavoro non è semplice di questi tempi, ne tanto meno trovarne uno che possa appagare le nostre gratificazioni.
Per molte persone purtroppo, il luogo di lavoro si rivela una fonte di stress e non certo di realizzazione. Certamente il mondo sarebbe un posto decisamente migliore se potessimo cercare lavoro con la certezza di vivere delle nostre passioni.
Chiunque di noi vorrebbe pagarsi da vivere mettendo il proprio talento al servizio degli altri. Le persone realizzate sono coloro che fanno della realizzazione il loro scopo di vita.
Cercare lavoro per guadagnare almeno lo stretto necessario è il minimo che dobbiamo fare ma trovarne uno che possa rappresentarci non sempre è possibile. I pregiudizi o la demotivazione spesso fanno da freno ad ogni entusiasmo.
Anche se non riesci a guadagnare da vivere svolgendo la tua attività ideale, cerca comunque di infondere vigore ed energia al tuo ambiente di lavoro:
- comunica in maniera più aperta con i tuoi colleghi in modo da armonizzare l’ambiente dove trascorrerai gran parte della giornata
- esamina il tuo ambiente di lavoro e prova a migliorarlo nei suoni, gli odori e la visibilità
- fai in modo di mettere in sintonia il lavoro con i tuoi valori, le esigenze e le credenze che ti caratterizzano
Una vita gratificante è un grande dono e tu hai il diritto di svolgere un’attività significativa per te.
Presta ascolto ai segnali del corpo e della mente impegnandoti a trascorrere le giornate favorendo ancora di più la tua realizzazione in modo da evitare il processo di invecchiamento.
Cercare lavoro e appagare le nostre passioni non è impossibile!
Alessandro Cosimetti
C’è crisi. Te ne sei accorto da solo o te lo ha detto qualcuno?
Vedo due realtà contraddirsi di continuo. In tv e sui giornali leggo della crisi come fosse un morbo oramai incastonato nel nostro organismo.
Parola magica, giustificativo perfetto per pararsi il culo. Alziamo le mani e diciamo tutti in coro: «C’è la crisi!»
Cominciano a configurarsi in aria tante “crisi” svolazzare come farfalle sotto i miei occhi e sopra la testa dei passanti che mi stanno accanto.
Le aziende chiudono per mancanza di fondi e puntano il dito sulla crisi ma mai che si facessero un mea culpa per i fondi buttati al cesso per qualche auto aziendale di troppo, per una cena fra mignotte, per i soliti giochetti nei prati che tanto non servono a niente, tantomeno al workteam.
Così se i dipendenti per vedersi accreditare un livello in più erano costretti ad entrare in ufficio alle 8 ed uscirne non prima delle 20 ora dovranno per forza di cose mettersi l’animo in pace: c’è la crisi.
Per fortuna che non tutti la vivono in questo modo. Due aziende a cui ho fatto consulenza spudoratamente mi hanno detto che “alla faccia della crisi” hanno aumentato il fatturato, un po’ come Amazon con le vendite di dicembre.
In questo caso c’è…crisi di cultura!
Ieri sera sono andato a cena con degli amici. Per le strade di Roma, verso lungotevere si faceva fatica a camminare. Il risotrante era pieno e nonostante la prenotazione, abbiamo aspettato 30 minuti fuori al freddo. Una volta entrati, dalla vetrata non ho potuto fare a meno di vedere altre persone accordarsi in attesa che si liberasse un tavolo.
C’è crisi…si, di tavoli nei locali.
Subito dopo cena, siamo andati a Campo de fiori e come da tradizione, la piazza era stracolma di italiani, francesi, tedeschi, spagnoli, russi, inglesi. Neanche gli americani mancavano che a quanto pare dovrebbero essere svantaggiati già a priori con il cambio di moneta. E si, c’è crisi.
Questa sera prima di scrivere questo criticatissimo post (me lo immagino) ho fatto una breve ricerca:
La parola crisi deriva dal graco krisis (separazione, scelta, giudizio, decisione) – fu utilizzato in Italia a partire dall’inizio del XIV per caratterizzare dapprima situazioni militari, poi anche politiche, che esigevano una decisione.
Da allora, diagnosticare una crisi serve anche a giustificare un intervento; allo stesso modo, gruppi d’interesse, attraverso i loro discorsi, possono creare crisi reali o fittizie al fine di realizzare i propri obiettivi.
…nell’epoca delle rivoluzioni il concetto esprimeva, nella filosofia della storia, “una nuova esperienza del tempo”, e costituiva “il fattore e l’indice di un cambiamento di epoca” irripetibile, che modificava la storia in maniera “fondamentale”…
…a seconda del punto di vista dell’osservatore, esse possono essere giudicate come positive o negative.
Buona crisi a tutti!
Alessandro Cosimetti
