Alle radici del risentimento personale

“Chi è l’infelice? Colui che biasima.”    (Anonimo)

Il fattore più distruttivo nelle relazioni umane è l’urgenza di mettere l’altro, dalla parte del torto e poi giudicarlo, rifiutarlo o punirlo per questo.

Lotte continue tra persone che non riescono ad accettare le reciproche differenze, comportano tragiche conseguenze di cui si possono vedere gli effetti ovunque.

Parliamo di ostilità all’interno dei matrimoni, delle famiglie e delle organizzazioni.

Guerre tra le nazioni, come i recenti esempi in Medio Oriente; gli atti suicidari dei kamikaze.

I comportamenti di violenza negli stadi, il bullismo, etc.

Coltivare il risentimento, trattando il nostro partner come un avversario a cui rispondere o covando rancore per come la vita o le altre persone ci hanno trattato, è un atto autodistruttivo.

Mentre desideriamo colpire o respingere qualcuno (o qualcosa) verso cui proviamo risentimento, finiamo senza volere, per colpire o rifiutare allo stesso tempo noi stessi!

Il risentimento è facile da riconoscere. Hai notato come l’intero corpo tenda a contrarsi quando ce l’hai con qualcuno?

Così facendo, distruggi la tua vita, la presenza, la disponibilità e il calore che sono la tua linfa vitale.

La maggior parte di noi, non si rende conto del risentimento e di quanto esso governi la nostra vita.

Per risistemare le cose in questo mondo e permettere a sentimenti più nobili e costruttivi come l’amore, di occupare il posto che gli spetta al centro della tua vita, devi portare lo stato d’animo del risentimento alla piena luce della consapevolezza.

Come agisce il risentimento e quale funzione ricopre?

Ogni risentimento ha le sue radici in un’antica sofferenza, riguardo al non essere pienamente amati e in un’antica frustrazione che concerne, il non essere in grado di farci nulla.

Una volta instaurate, questa sofferenza e questa frustrazione, diventano una specie di virus nascosto che rimane quiescente nel nostro sistema nervoso, pronto ad accendersi nel momento in cui qualcuno lo contraria.

E’ questo quel che provoca tutte le reazioni emotive che affliggono le tue relazioni.

La mente che non si libera del risentimento è come una sentinella con il compito di rimanere di guardia ventiquattr’ore su ventiquattro, contro minacce emotive da parte di altre persone.

In altre parole, non vuoi essere di nuovo ferito, esattamente come è successo in passato.

La sentinella, come si diceva, vigila al tuo interno, ma quando qualcuno ti contraria, ti offende, ti ignora o ti fa soffrire. Scatta il campanello d’allarme.

Questo allarme, percorrendo il tuo sistema nervoso, scatena l’insorgere di un’emozione carica.

E allora metti in atto qualche manovra aggressiva o difensiva, rabbia, biasimo, attacco, ritirata o fuga per respingere questa minaccia.

Un sintomo di risentimento in atto, meno drammatico e più ricorrente, è la continua tendenza a giudicare le altre persone.

Ergersi a giudice degli altri è un modo per sentirsi superiori, ponendoci al di sopra di loro.

Tuttavia perché mai dovremmo sentirci superiori? In qualche modo, ci siamo sentiti inferiori nel profondo e stiamo provando a trovare una compensazione?

Ad esempio, giudicare gli altri mi permette di sentirmi nel giusto e un gradino al di sopra, il che mi protegge dal dolore del loro giudizio e del loro rifiuto nei miei confronti.

Giudicandoli neutralizzo il loro potere su di me.

Ecco che vediamo all’opera la ferita. Giudicare e condannare gli altri non è che un tentativo di evitare di sperimentare il dolore e la paura di non sentirci amati.

Esiste comunque un modo per liberarci dalla morsa del risentimento e consiste nel riconoscere il chiodo che lo tiene al suo posto: La fissazione sul “Cattivo Altro”.

Quest’ultimo, non è che l’immagine interna che hai, di colui che non ti ama o non ti tratta bene.

La puoi vedere in azione nella tua tendenza a stare in guardia contro i torti nei tuoi confronti.

Nelle relazioni personali ad esempio, le immagini inconsce del cattivo altro fanno sì che le persone diano un’importanza eccessiva e reagiscano spropositatamente ai momenti in cui il partner, non è in sintonia con loro.

Mentre minimizzano o trascurano quelli in cui l’altro li ama o si preoccupa per loro.

Questo è il lato tragico dello stato d’animo del risentimento. Chiude il canale attraverso il quale l’amore potrebbe entrare in noi, tagliandoci fuori dal suo potere curativo e rigenerativo.

Una delle cose più insidiose del risentimento è che assume una vita propria e avvelena ogni cosa tagliandoci  fuori dalla gioia e dalla bellezza della vita.

Quello che in partenza era un sentimento di offesa, si muta in un rancore generalizzato nei confronti del mondo: Le guerre!

Se come individui, non siamo pronti a rinunciare ai nostri personali risentimenti, come possiamo rimproverare ai nostri “superiori” di fare la guerra, dal momento che coltiviamo dentro di noi, gli stessi semi di violenza?

Fintanto ci adagiamo nello stato d’animo del risentimento, siamo tutti coinvolti nella lotta che domina il nostro pianeta.

In questo problema una soluzione e anche un esempio nobile ci viene dal Dalai Lama, di fronte alla violenza della Cina nei confronti del Tibet.

Egli ha scelto di non vivere in una condizione mentale di rancore, amarezza o risentimento.

Al contrario vive e respira gioia e mostra compassione per gli invasori cinesi. Egli sa che lo stato d’animo del risentimento non dà alcun beneficio, a lui  stesso o a nessun altro.

Compie una distinzione molto importante. Riconosce le azioni malvagie senza considerare le persone che le compiono, come individui intrinsecamente cattivi.

Capisce che le persone di solito sono inconsapevoli e quindi impotenti di fronte alle forze del karma che determinano il  comportamento dannoso.

La sua comprensione si accorda con le parole di Gesù sulla croce:

“Padre , perdonali perché non sanno quello che fanno”.

Sebbene pochi di noi possiedano questo livello di forza e coraggio, tuttavia l’esempio del Dalai Lama ci mostra che gli esseri umani possono comportarsi con grande dignità di fronte a sofferenze e ingiustizie orribili.

Ed ora una domanda:

Può essere un’ipotesi edificante per la nostra personalità estendere questo comportamento anche ai nostri meno drammatici conflitti interpersonali?”.

Articolo gentilmente concesso da:

Dott. Claudio Virgili (Trainer Umanista)



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