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L’arte di appiccicare etichette suscita interesse tra la folla
Ultimamente mi rendo conto di come si tenda sempre più a catalogare ed etichettare le persone che incontriamo nella nostra vita. Sai, proprio come un catalogo di quelli presenti nei negozi, supermercati, ristoranti, etc.
In poche parole, secondo molte persone ogni individuo fa parte di almeno uno di questi cataloghi umani (forse anche più di uno!). Quante volte hai sentito parlare in termini di catalogo di uomini, donne, italiani, inglesi, spagnoli, bionde, more?
Ogni catalogo umano ha il suo atteggiamento corrispondente alla quale è impossibile astenersi (secondo loro!).
In determinate situazioni gli uomini si comportano in una certa maniera, mentre le donne in tutt’altro modo. Gli spagnoli sono così, quando invece gli inglesi fanno e dicono questo.
Ti è mai capitato? A me sempre, ogni volta che mi trovo in mezzo a un gruppo di amici, magari durante una cena, il discorso uomo e donna salta sempre fuori: «Ah, vuoi uomini dite così perché siete fatti in questo modo…bla, bla, bla…mentre noi donne per fortuna…».
Sinceramente, non sopporto più questi discorsi perché trovo sia davvero riduttivo “ordinare” le persone proprio come facciamo con le spezie nella credenza della cucina.
Ora qualcuno mi dirà «Ma come Alessandro, più volte in passato hai parlato di comunicazione e capacità di interpretare le persone e ora ci dici che non siamo catalogabili!». Si, certo che lo dico perché comprendere una persona non equivale assolutamente a un catalogo generico di massa.
Un conto è “calibrare” chi abbiamo difronte e un’altra invece è considerare a priori senza conoscere in profondità. Se ascoltassimo di più senza trarre subito conclusioni affrettate, forse molti rapporti non entrerebbero in crisi come spesso accade.
Nonostante questo, mi rendo conto che l’arte di appiccicare etichette suscita interesse tra la folla.
Alessandro Cosimetti
La Rai ci riprova a estorcere denaro a chi non possiede la tv dentro casa
Ricordi l’episodio del mio amico e l’abbonamento del canone Rai?
Come sai i termini per pagarlo sono quasi scaduti e proprio qualche giorno fa, gli hanno recapitato un’altro avviso di pagamento con tanto di cedolino postale.
Se ben ricordi, il amico vive in un appartamento privo di televisioni. Riporto qui di seguito parte della lettera con i miei commenti in rosso:
“Egregio Signor X,
Le comunichiamo, che a tutt’oggi non è pervenuta alcuna risposta utile alla chiusura della Sua pratica (per quale motivo è stata aperta? Non mi risulta che Sky apra pratiche senza un reale interesse da parte del consumatore sui loro servizi), relativamente alla nostra precedente comunicazione, né risulta la Lei stipulato un abbonamento alla televisione (e ti credo, non gli interessa minimamente non avendo neanche la tv sul cellulare).
Qualora invece, a causa di un disguido, non abbia ricevuto la nostra precedente comunicazione, Le ricordiamo che chiunque abbia un apparecchio televisivo, deve pagare per legge il canone di abbonamento TV (art. 1 R.D.L. n. 246/1938 e art. 27 Legge 06.08.1990 n. 223). Ma perché lo chiamano abbonamento quando è una tassa obbligatoria sull’apparecchio? Perché allora non oscurano i canali? Se non pago Sky, non vedo Sky. Mi sembra giusto, no ti pare?
Nel caso in cui Lei non ci fornisca indicazioni, che ci consentano di regolarizzare la Sua posizione, l’Amministrazione Finanziaria procederà ai necessari controlli (ottimo, così vi prendete quel “famoso caffè” dopo aver riscontrato la totale assenza di un apparecchio televisivo).
L’accertamento a Suo carico può in ogni caso essere evitato qualora Lei provveda a versare l’importo di Euro 148,29… (fantastico, quest’ultima frase è degna di un “astuto” copywriter!)”
Alessandro Cosimetti
Siamo tutti bugiardi. Lo sono anche io!
Ognuno di noi è predisposto a dire bugie. Lo faccio anche io!
Siamo tutti bugiardi. Ci raccontiamo storie perché siamo superstiziosi. Le storie sono un espediente al quale ricorriamo perché siamo sopraffatti da numerose percezioni.
Spesso non riusciamo a esaminarle tutte da vicino perdendo la possibilità di comprendere il significato vero.
Dire bugie, fa parte del nostro quotidiano. Le storie che ci raccontiamo sono menzogne che ci aiutano a vivere in un mondo troppo complesso. Raccontiamo storie sui colleghi, sugli amici, sulla politica, lo sport e, a volte anche sul tempo che fa.
Non ci preoccupiamo neanche di dire bugie ai nostri cari, ma soprattutto, le diciamo a noi stessi.
Qualcuno le racconta bene, altri anche troppo bene (chi si occupa di marketing). Dire bugie è un’arte e non ce ne possiamo appropriare senza meriti.
Tre anni fa se avessi intrapreso almeno una piccola parte degli studi sulla comunicazione non verbale e paraverbale, avrei smascherato molto prima la mia ex. Lei non è certo quel tipo di persona capace di dire bugie.
Era sincera? No, assolutamente, ma non si rendeva conto che era incapace di dirle: le parole dicevano una cosa, gli occhi, la cadenza e il tono della voce, i gesti…vabbè lasciamo stare!
Ho imparato che i bugiardi mentono perché sono i loro interlocutori che glielo permettono. Chi si occupa di marketing ad esempio, appartiene a una razza particolare di bugiardi.
Questo perché alcune storie aiutano il consumatore a risolvere un problema, a godersi la vita e persino a vivere più a lungo.
Altre non credibili, possono invece indurre seri effetti collaterali.
Alessandro Cosimetti
